Da Fiesole a Berna (e ritorno…?)

Alle 10 del mattino Claudia Marino ci aspetta seduta al caffè vicino al Teatro dell’Opera, ed i suoi occhi brillano di gioia: accanto a sé ha la custodia della viola ed il porta abiti. La giornata si preannuncia lunga...

Come mai a Firenze?
Tra un’ora circa inizieremo le prove con il M° Mehta e l’Orchestra del Maggio, per un concerto che si terrà sabato sera, con il mandolinista Avi Avital e la Quarta di Bruckner. In questo periodo collaboro part time con l’orchestra, anche per Don Carlo (sempre con Mehta), e vari concerti sinfonici del Festival del Maggio. Per me è un onore poter suonare nell’orchestra del principale teatro della mia città.
Sono qui grazie ad un’audizione andata bene, che mi ha dato nel luglio scorso l’idoneità e mi ha permesso di lavorare con regolarità col Maggio.

La tua vita è attualmente in Svizzera…
Vivo da sette anni a Berna, e da due ho vinto una cattedra al Conservatorio di Biel, che è una cittadina vicina. Ho aperto, da zero, una nuova classe di viola: avevano bisogno di allargare l’offerta per gli strumenti ad arco e hanno investito su di me, mettendomi alla prova. Nessuno mi conosceva, non avevo neanche chissà quale esperienza d’insegnamento per i ragazzi più grandi, e quindi è stata una vera sfida: adesso gli allievi sono 11. I più piccoli hanno cinque anni, e cominciano subito con la viola.
Parallelamente all’attività del Conservatorio, collaboro anche col mio ex insegnante della Hochschule di Berna, Patrick Jüdt, che è stato per molti anni assistente a Fiesole di Hatto Beyerle e quindi conosce benissimo la nostra Scuola, di cui parla sempre con grande affetto.
Collaboro con lui per i ragazzi che vogliono entrare nella sua classe, aiutandoli nella preparazione dell’ammissione dal punto di vista tecnico. Attualmente sto seguendo una ragazza di 16 anni, che lo scorso mese ha vinto il 3° premio allo Schweizer Jugend Musik Wettbewerb, ed ora è arrivato a Berna Pietro Montemagni, anche lui allievo fiesolano fin dalla più tenera età.
In Svizzera la situazione è particolare: il Cantone finanzia i posti per studiare, quindi un Biennio di Music Performance (che costa sui 20.000 euro) richiede allo studente una retta di soli 1.300 euro annui. I posti sono ovviamente limitati ma, una volta entrati, gli studenti sono oggetto di un vero investimento da parte del Cantone e, terminata la formazione, si cerca di mettere a frutto in loco ciò che hanno imparato.

Quindi il Cantone ha trovato un posto per te?
No… ma il collegamento tra il mondo della formazione e quello del lavoro è molto efficace; dopo aver concluso il Biennio di Music Performance, ho frequentato anche il Biennio di Pedagogia. Si tratta di un corso molto ben strutturato, che ti obbliga ad un’attività intensa di tirocinio, grazie alla quale puoi conoscere le realtà vicine, sperimentare l’insegnamento sul campo ed anche iniziare a far circolare il tuo nome. L’insegnante di didattica fornisce una lista di docenti a cui puoi rivolgerti: ti metti in contatto, si fa una lezione di prova, e il docente può accettarti come tirocinante; mentre fai lezione ti osserva e dopo ogni lezione ti dà il feedback. Inoltre, durante l’intero corso di pedagogia devi procurarti un allievo-cavia (!!), che segui settimanalmente; l’insegnante di didattica ogni due settimane assiste alla tua lezione… e ti bastona!!

Una vita durissima…
Infatti… ma questo mi ha permesso di crescere tantissimo: all’inizio ero molto spaventata, e non solo a causa del fatto che non padroneggiavo bene il tedesco; in realtà anche perché non siamo abituati, in Italia, ad essere giudicati dal punto di vista didattico.
Spesso accumuliamo un grande bagaglio di conoscenze e di esperienze, e pensiamo che questo costituisca una formazione ampia, mentre non si tratta in realtà di una preparazione specifica per insegnare. Rendermi conto di questo mi ha fatto molto riflettere e molto crescere.

Il risultato premia il tuo impegno, direi…
La prima conseguenza positiva di esser riuscita a conquistare una cattedra in Svizzera, vincendo un concorso, è stata la serenità e la calma con cui ho cominciato a pensare ed a preparare le audizioni. Non avevo più l’ansia di dover cercare un modo per guadagnare, accettando qualunque cosa mi venisse offerta. L’insegnamento mi ha reso una musicista migliore, perché mi ha portato a riflettere anche su come suono. Per chi ha la passione per l’insegnamento, è inevitabile porsi delle domande e cercare risposte efficaci: come scegliere il repertorio, dove trovare e come utilizzare una nuova letteratura, ma anche ripensare a cosa mi aveva aiutato ad imparare, da allieva…tutto questo mi ha fatto anche migliorare come strumentista, penso.

Nella vita precedente sei stata un’assidua allieva fiesolana
Una parte importantissima, che sono sicura abbia fatto la differenza, anche nel concorso per la cattedra in Svizzera. A Fiesole ho iniziato a 7 anni, dopo i laboratori estivi ho preso in mano il violino e cantato nel coro. Ripensando a quel periodo, posso dire che Fiesole è stato per me il Paese delle meraviglie, dove ogni luogo ti offre un’opportunità, una finestra su qualcosa di bellissimo: la musica d’insieme, il coro, il quartetto, l’orchestra da subito…
Ho avuto anche tanti momenti di difficoltà: ad esempio passando alla viola, ad 11 anni, ho cambiato molte volte insegnante, perché in quegli anni c’era molto ricambio; ho avuto la fortuna di fare l’ultima parte del percorso con un docente serio e appassionato come Pietro Scalvini, che mi ha portato al diploma.
Penso però che la cosa più bella sia stata l’essere riempita di stimoli, fare delle esperienze speciali, incontrando grandi personalità artistiche che pochissimi in un’età così giovane possono normalmente avvicinare.
Per due anni sono stata parte del Quartetto Fragmente, che seguiva le lezioni di Piero Farulli, Hatto Beyerle, dell’Accademia del Quartetto con Johannes Meissl. Un’esperienza fantastica…

Hai frequentato anche l’Orchestra Giovanile Italiana?
Certo, dal 2004 al 2006. Anche questa è stata un’esperienza indimenticabile: ricordo in particolare i concerti con Jeffrey Tate, con cui abbiamo suonato la Quarta di Brahms al Parco della Musica a Roma. I bei ricordi sono innumerevoli, con la gioia di incontrare tanti altri giovani musicisti che venivano da tutta l’Italia. Questo è uno dei grandi punti di forza dell’OGI, oltre al lavoro formativo che ti permette di avvicinare presto dei pezzi di repertorio che poi incontrerai nella professione. Ovviamente le tempistiche sono molto più “protette” di quanto avvenga poi nelle orchestre professionali, dove c’è molto meno tempo per studiare e provare… ma trattandosi di un corso di formazione è utilissimo poter provare a sezioni, e fermarsi a curare i dettagli senza fretta. Bellissima è poi la musica da camera dentro l’orchestra, ed anche le lezioni individuali di strumento.
Sono rimasta in contatto con tanti ragazzi con cui ho fatto l’OGI, a partire dai componenti del Quartetto Fragmente, che si era formato proprio nell’orchestra. Qui al Maggio ho incontrato adesso un altro ex OGI, il tubista Antonio Belluco.
A Fiesole ho vissuto tutto con grande naturalezza, abitando nella mia città e raggiungendo la Scuola in pochi minuti; tuttavia stare tanti anni in un ambiente così confortevole ha forse ritardato un po’ il reale confronto con quello che c’è fuori.

E così hai deciso di uscire dal guscio?
Il mio desiderio di andare all’estero è stato determinato dal fatto che sentivo il bisogno di mettere ordine in tutte le conoscenze che avevo accumulato a Fiesole, perché avevo l’impressione di sapere tante cose, ma dovevo sistematizzare le mie competenze.
Tramite Antonello Farulli, del quale frequentavo il corso di perfezionamento, ho avuto il contatto di Patrick Jüdt e sono andata a fare una lezione con lui. Sono partita preoccupata e poco convinta, non avendo mai varcato la soglia della Scuola. Volevo però davvero che qualcuno mi valutasse dall’esterno, e Patrick mi ha incoraggiato a fare l’esame d’ingresso, dicendomi che pensava avremmo potuto fare un bel lavoro insieme: è andata bene, e sono entrata.
Nel frattempo ho avuto anche la fortuna di dividere l’alloggio con la violoncellista Miriam Prandi, anche lei a Berna per studiare con Antonio Meneses. Con lei si è instaurato un rapporto di grande stima e collaborazione, oltre che una bellissima amicizia.

Com’è stato l’impatto con la nuova scuola?
Il M° Jüdt ha rimesso in ordine tutto quello che avevo imparato, soprattutto dal punto di vista tecnico. Credo che in Italia la scuola degli archi si basi essenzialmente sull’imitazione: “guarda come faccio io e prova a fare altrettanto”… questo ho spesso sentito suggerire anche da grandi strumentisti, di cui ho ancora nell’orecchio la qualità straordinaria del suono…
Ma io avevo bisogno anche di qualcuno che mi dicesse come fare scientificamente: ed è esattamente ciò che mi ha dato Patrick.
Ho dovuto cambiare tanto, nella mia tecnica, e soprattutto dare sistematicità al mio lavoro, ma grazie a questo sono riemerse tutte le cose che avevo imparato a Fiesole, e tutta la musica che avevo letto, studiato, suonato nelle mille occasioni che la Scuola mi aveva offerto.
Sono tornate le esperienze precedenti, a partire dai tanti anni nell’Orchestra dei Ragazzi, che allora era guidata da Mauro Ceccanti, per timore del quale cercavo di posizionarmi più lontano possibile, nascosta nella fila. Ma intanto acquistavo prontezza nella lettura, capacità di seguire il gesto, e facendo quartetto anche l’attenzione all’intonazione attraverso un ascolto armonico…

Hai comunque continuato a venire in Italia?
Molto spesso, ad esempio per suonare nell’Orchestra Cherubini, cosa che ho fatto per tre anni mentre già abitavo in Svizzera.
Avere Riccardo Muti sul podio mi ha fatto capire cosa significa incontrare un vero maestro, e cosa significhi dire che il direttore fa il suono dell’orchestra. Ricordo la sua cura nel cercare sempre il collegamento tra parola e musica, ad esempio nel Requiem di Verdi…
Anche ora vado e vengo dalla Svizzera con regolarità, e sono davvero felice, in questi giorni, di essere al Maggio: non avevo mai suonato Don Carlo, così ho studiato le 100 pagine della mia parte con una certa apprensione, ma nella prima prova era già facile capire i caratteri, i cambi di tempo… il M° Mehta è talmente chiaro nel gesto, che gli bastano poche parole per portare l’orchestra dove desidera. Sto imparando tantissimo anche suonando con musicisti esperti, che hanno l’opera nel sangue, e la suonano da tanti anni… insomma, è un vero piacere essere qui.

In Svizzera, oltre all’insegnamento, hai anche un’attività di concerti?
Suono regolarmente con il Bach Collegium Bern e collaboro con la Berner Kammer Orchester, dove facciamo un repertorio molto vario che comprende anche molta musica contemporanea.
Faccio parte poi di un’orchestra amatoriale, per una Casa di riposo di Berna: lì offro il mio aiuto in qualità di prima viola. Anche questa è una bellissima esperienza, perché si tratta di un’iniziativa di buon livello, cui sono conferiti appositi finanziamenti, destinati ai compensi dei professionisti impegnati nelle prime parti, che perciò non possono essere inferiori a quanto stabilito per il grado di formazione acquisita da ciascuno. Con i miei colleghi insegnanti di Biel suono inoltre regolarmente in formazioni da camera: la prossima settimana mi aspetta l’Ottetto di Schubert.

Quindi il tuo bilancio di questo trasferimento all’estero è totalmente positivo…
Le cose che più mi piacciono della Svizzera sono il rispetto di cui gode il musicista e la considerazione che premia gli insegnanti; inoltre lì si investe tanto nei giovani: quando ho vinto il concorso per insegnare, gli altri candidati avevano curricula anche più ricchi del mio, ma ho avuto l’impressione che abbiano visto in me qualcosa di fresco e creativo, un entusiasmo “italiano” che, unito alla preparazione pedagogica e strumentale che avevo acquisito, ha fatto la differenza.
I primi tempi che insegnavo, vedevo addirittura una certa ritrosia dei bambini di fronte al mio coinvolgimento, perché non sono abituati all’espansività. Ma alla lunga questa cosa funziona, hanno imparato a conoscermi e ora arrivano a lezione come ad una festa, e la cosa è reciproca.

Venire dall’Italia costituisce quindi un vantaggio?
In un certo senso… Quando diciamo che in Italia i talenti non sono valorizzati, mentre all’estero ricevono considerazione, dobbiamo riconoscere che spesso sono proprio le nostre difficoltà a renderci migliori, perché la scarsità di occasioni di lavoro ci costringe ad esperienze che potremmo definire all’arrembaggio, ma a loro modo sono anch’esse altamente formative.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
La mia speranza sarebbe poter tornare a vivere in Italia, e riportare a casa quello che ho imparato.
Amo suonare in orchestra, ma sono consapevole che le audizioni sono divenute oggi un vero campo di battaglia, e non mancano i problemi economici, anche per i più fortunati.
Penso di poter dare il mio contributo anche come insegnante, mi piacerebbe portare qualcosa anche in termini di letteratura didattica, magari non ancora conosciuta in Italia.
A questo proposito sono in contatto con un’autrice tedesca, Linda Langeheine, che ha scritto un libro che si chiama Saitenspielen, pubblicato da Schott. Vorrei tradurre questo libro, così ho scritto all’autrice, che si è detta molto interessata. Penso che potrebbe essere utile agli insegnanti di strumento ad arco, e sarebbe anche un modo per mettere a frutto altre competenze che ho acquisito, cioè la laurea in Storia e tutela dei beni archeologici, che ho conseguito all’Università di Firenze nella facoltà di Lettere antiche.
Insomma, se avessi la possibilità concreta di tornare a Firenze lo farei, perché il mio lavoro è in Svizzera, ma il mio cuore è qui!

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